L' Obesita'
Molfetta , 6 luglio 2010
L’obesità è una malattia complessa dovuta a fattori genetici, ambientali ed individuali con conseguente alterazione del bilancio energetico ed accumulo eccessivo di tessuto adiposo nell’organismo.
Studi su famiglie e gemelli hanno sempre sostenuto l’ipotesi di un’influenza genetica, responsabile delle cosiddette anomalie metaboliche che faciliterebbero l’insorgenza dell’obesità in presenza di alta disponibilità di alimenti e cronico sedentarismo. Esistono poi fattori individuali che possono contribuire all’eccessiva introduzione di cibo: si tratta solitamente di comportamenti impulsivi o compulsivi secondari a depressione e\o ansia.Anche alcuni farmaci possono, se utilizzati a lungo, facilitare l’insorgenza dell’obesità. L’obesità è una malattia complessa dovuta a fattori genetici, ambientali ed individuali con conseguente alterazione del bilancio energetico ed accumulo eccessivo di tessuto adiposo nell’organismo. Studi su famiglie e gemelli hanno sempre sostenuto l’ipotesi di un’influenza genetica, responsabile delle cosiddette anomalie metaboliche che faciliterebbero l’insorgenza dell’obesità in presenza di alta disponibilità di alimenti e cronico sedentarismo. Esistono poi fattori individuali che possono contribuire all’eccessiva introduzione di cibo: si tratta solitamente di comportamenti impulsivi o compulsivi secondari a depressione e\o ansia.Anche alcuni farmaci possono, se utilizzati a lungo, facilitare l’insorgenza dell’obesità. In molti paesi industrializzati colpisce fino ad un terzo della popolazione adulta, con un’incidenza in aumento in età pediatrica: rappresenta quindi, senza dubbio, l’epidemia di più vaste proporzioni del terzo millennio e, al contempo, la più comune patologia cronica del mondo occidentale. L’obesità costituisce un serio fattore di rischio per mortalità e morbilità, sia di per sé (complicanze cardiovascolari e respiratorie) sia per le patologie ad essa frequentemente associate quali diabete mellito, ipertensione arteriosa, iperlipidemia, calcolosi della colecisti, osteoartrosi. Tali complicazioni e associazioni sono di gran lunga più frequenti nell’obesità centrale (o viscerale o androide) caratterizzato dal deposito di adipe a livello soprattutto addominale e riconoscibile per un rapporto vita-fianchi (è dato dal rapporto fra la circonferenza minima della vita con quella massima dei fianchi) superiore a 0.85 nella donna e a 0.95 nell’uomo, rispetto a quanto avviene in quello cosiddetto periferico (o sottocutaneo o ginoide) che si differenzia dal precedente per un rapporto inferiore a 0.85 nella donna e 0.95 nell’uomo. Fisiologia del tessuto adiposo e cause dell’obesità L’assunzione e la digestione degli alimenti rendono possibile l’assorbimento di sostanze portatrici di energia chimica.Le tre fonti di maggior rilievo per la produzione di energia sono il glucosio ematico,il glicogeno epatico e cellulare e gli acidi grassi del tessuto adiposo. La respirazione e la circolazione permettono di introdurre e trasportare l’ossigeno necessario alle reazioni chimiche che liberano energia, e di eliminare le scorie gassose sotto forma di anidride carbonica. La funzione fisiologica del tessuto adiposo è quella di depositare e mobilizzare energia. I trigliceridi costituiscono circa il 90% della cellula adiposa e il 65 % del tessuto adiposo; essi rappresentano la forma di deposito di energia a più alta concentrazione e più prontamente disponibile. In un soggetto adulto medio, il tessuto adiposo è in grado di contenere una quantità di energia che va dalle 100.000 alle 200.000 kcal e di mobilizzare rapidamente energia tramite una scissione chimica dei trigliceridi in glicerolo ed acidi grassi liberi. L’obesità deriva da alterazione dell’assunzione e\o dell’utilizzazione e\o del deposito delle sostanze nutritive: meccanismi che comportano un bilancio energetico positivo; in altre parole essa è il risultato di uno squilibrio tra eccessiva introduzione calorica, assoluta o relativa, rispetto al dispendio energetico.
Qual è il giusto peso e quanti sarebbero i chili di troppo da perdere? Recentemente l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha fissato i nuovi criteri che permettono di classificare l’obesità in base al BMI (body mass index o Indice di Massa Corporea, ottenibile dal rapporto peso\altezza al quadrato-kg\m al quadrato): come limite superiore di normalità è stato fissato un valore di BMI di 24.9, mentre sono stete definite Obesità di I, II e III grado quei valori di BMI compresi rispettivamente tra 25 e 29.9, fra 30 e 39.9 e maggiori di 40. Ciò premesso, va sottolineato che il messaggio da trasmettere è di puntare ad un obiettivo realisticamente perseguibile: si deve mirare non al raggiungimento del cosiddetto peso ideale, numero astratto espressione di calcoli che hanno solo valore statistico ma di quello cosiddetto "ragionevole", intendendo, con tale termine, il peso mantenuto senza sforzo dopo i 21 anni e che permette buone condizioni di salute fisica, psichica e sociale. E’ stato ormai ampiamente dimostrato che è sufficiente una riduzione del 10-15% del peso iniziale per indurre significativi miglioramenti di ipertensione, diabete e patologie cardiovascolari. È bene precisare quanto segue: proprio per la complessità della patogenesi e la cronicità della malattia, i risultati a lungo termine non sono facilmente coronati da successo. La frequenza dell’insuccesso rappresenta un altro problema del paziente obeso perché egli risulta facilmente vittima di terapie incongrue, ben note a tutti, e difficilissime da eradicare. È pertanto quanto mai opportuno analizzare i protocolli terapeutici che nel tempo hanno trovato consenso scientifico in termini di sicurezza ed efficacia. -diete ipocaloriche: convenzionale, ipolipidica, semidigiuno. -interventi-psico-comportamentali -terapia-farmacologica - terapia chirurgica .
Felice Panunzio
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