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I SeltonMolfetta , 10 maggio 2010 I Selton, menestrelli brasiliani trasferitisi a Milano via Barcellona, tornano con il loro tropicalismo naïf trasportato a latitudini mitteleuropee. Questo disco omonimo, seconda fatica in terra italica, conferma le buone impressioni suscitate dal debutto "Banana à milanesa". I due lavori, tuttavia, differiscono sostanzialmente, sia nello spirito che negli obiettivi.Se l'esordio del quartetto di Porto Alegre era stato caratterizzato dalla trasposizione in portoghese di un canzoniere altrui, cioè quello di stampo cabarettistico del trio Cochi-Renato-Jannacci, "Selton" è al contrario incentrato totalmente su un repertorio autorale e inedito, cantato ironicamente e causticamente in italiano. Il coraggioso rimescolamento di carte è, quindi, totale. Il brano "Io voglio cambiare" annuncia questa virata di 180 gradi, con un grazie ai comici del Derby, un arrivederci ai mentori e uno slogan in patois che afferma la propria identità («Io sono qui per scomodire»). I Selton si propongono d'ora in poi come eterni mutanti, anzi eternos Mutantes. Affrontando tematiche universali, il gruppo lancia uno sguardo non allineato su un microcosmo urbano che lo vede protagonista e spettatore. Nella felliniana "Testa quadrata", sopra versi in portoghese lusitano risuonano archi e clarini che paiono presi dalla tradizione klezmer. Sintetizzatori, tamburelli e un sound alla George Baker Selection vivacizzano "Astronauta e netturbino". Il ritmo sincopato e caraibico di "Nuoto, nuoto e niente più" è dettato anche da una percussione corporea. "Per favor dica il suo nome" è l'esilarante cronaca di un blocco di polizia, con tanto di etilometro e richiesta del permesso di soggiorno. Altrettanto divertente è "Be water", con qualche gioco di parole in un inglese parodistico. Nella romantica "Anima leggera" risuona evidente l'influenza dei Beatles. Nell'intro della drammatica e paranoica "Il segreto di Pedro" riecheggia invece "L'America" dei Doors. Sempre in tema di deliri coerenti, ecco la folle "Tutto in una notte". C'è chi vedrà in "Non lo so" lo spaccato di una travagliata storia d'amore vissuta tra le nebbie dell'hinterland milanese. Invece, vi si cita Pioltello solo perché fa rima con «il tuo sogno era più bello».Sul carrozzone dei Selton si suona un po' di tutto: ukulele, organetti giocattolo, shaker, toy piano, kazoo, persino un portacenere. Si fanno coretti anni settanta, in stile uacciuari. Si prende (e ci si prende) bonariamente in giro, con estro surreale e arguzia non sense. Soprattutto, si fa piccola grande musica d'autore, fuori dai cliché. ****La fortuna non è un dettaglio da poco e i Selton ne sono consapevoli. Loro, buskers brasiliani destinati a qualche parco pubblico in quel di Barcellona e finiti invece nei ranghi della trasmissione di Fabio Volo Italo-Spagnolo, ovvero l' MTV dei “giri giusti”. Un buon esordio del 2008 come Banana à Milanesa per cui si scomodavano Cochi, Renato e Enzo Jannacci e in cui si rivisitava in un portoghese tropical-garagista l'avanspettacolo meneghino di E' A Vida, Vengo anch'io no tu no, Eu Vi Um Rei, La Gallina, Canção Inteligente, Silvano. E poi un secondo, omonimo, disco – il qui presente - tra beat nostrano anni Sessanta (Be Water) e Beatles pre-Revolver (Anima leggera), Os Mutantes (Testa quadrata) e Vampire Weekend (Passero), rock'n'roll anni Cinquanta (Per favor dica il suo nome) e quella naturalezza spaesata dell'Enzo Jannacci nume tutelare (Nuoto nuoto e niente più).Gli ospiti questa volta sono Dente, Tommaso Colliva (già al lavoro con Calibro 35) e Massimo Martellotta: il primo chiamato a curare l'adattamento in italiano dei testi, il secondo e il terzo insediatisi nel ruolo di produttori. Segno anche questo di un'attenzione tutta particolare riservata al lavoro di Daniel Plentz, Eduardo Stein Dechtiar, Ramiro Levy e Ricardo Fischmann, oltre che involontaria cartina di tornasole di quel fascino vintage tra Vecchio e Nuovo Mondo che il quartetto riesce a sprigionare a tutte le latitudini. Felice Panunzio |