La globalizzazione


Molfetta, 19 settembre 2009

 

Si vive  in un mondo in cui l'economia agisce a livello planetario. La chiamano globalizzazione.
Se si tratti di un fenomeno nuovo e quali siano le sue precise caratteristiche, restano questioni aperte. Di fatto, le economie mondiali sembrano interconnesse, i mercati borsistici strettamente collegati, le aziende, non solo quelle multinazionali, ma anche le medie e le piccole aziende, sono in grado di dislocare la produzione fuori dai confini nazionali, laddove è più conveniente.
Tutto il mondo, almeno i paesi occidentali, ma anche gran parte degli altri paesi sparsi nei cinque continenti, consuma gli stessi prodotti, vede gli stessi film, legge i medesimi romanzi, beve Coca-Cola e pasteggia da Mc-Donald's, sfoglia giornali assemblati tecnicamente e ideologicamente allo stesso modo, si connette alla Grande Rete mondiale, Internet.
Tutto è strettamente collegato, per cui si può tranquillamente dire, parafrasando piuttosto approssimativamente Edward Lorenz, meteorologo, matematico nonché padre della teoria del caos, che un batter d'ali di una farfalla a New York è in grado di provocare conseguenze concrete e spesso imprevedibili in tutto il mondo. Sì, perché sono gli Stati Uniti la realtà guida, egemone, della globalizzazione. Il modello da imitare universalmente
Gli stati nazionali sembrano ormai segnare il passo, realtà obsolete, ferrivecchi inidonei a garantire la libera e veloce circolazione di beni, servizi, idee, fautori di potenziali pericolosi sciovinismi, capaci di minare la pace, quella pace così necessaria all'intero ciclo economico, la pace così cara ai mercanti di ogni tempo.
Persino i gloriosi stati europei, ricchi di una forte identità storica, hanno recentemente portato a termine un ‘unione che non è soltanto economica, bensì politica amministrativa.



Michele Zema





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