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Il doping...Molfetta, 30 marzo 2010
Si può spiegare come una morte improvvisa di qualche atleta nel corso di una competizione o i decessi di sportivi ancora in giovane età, magari soltanto dopo qualche anno dall'interruzione dell'attività agonistica, richiamano dolorosamente l'attenzione di tutti noi su un fenomeno che sembra offuscare la bellezza dello sport: il doping. A nostro avviso, si tratta di assumere una posizione di unilaterale moralismo nei confronti del doping nello sport, ma di analizzare, con tranquilla razionalità, i motivi e le conseguenze. La vita contemporanea sottopone tutti noi a richieste, prestazioni, ritmi spesso incompatibili col normale funzionamento del nostro corpo. E di fronte alle performance che lo studio o il lavoro ci chiedono, può succedere che molti di noi, prima o poi, ricorrano a qualche blando aiuto chimico. Personalmente non mi scandalizzo, né apprezzo chi su questo fa del moralismo. La molla psicologica che scatta in noi è in qualche modo simile a quella che induce gli sportivi ad assumere sostanze proibite. Nel caso degli atleti, le sostanze e le procedure impiegate per ottenere prestazioni artificialmente elevate, sono fortemente tossiche. Inoltre, il loro impiego è spesso massiccio e continuato. L'abuso di tali sostanze produce sul corpo danni immediati o ritardi. Alcuni antidolorifici, per esempio, se da un lato non fanno sentire la fatica della gara, dall'altra aumentano il rischio di traumi sportivi; gli steroidi determinano modificazioni preoccupanti a livello muscolo-scheletrico, nonché lo sviluppo abnorme e patologico di taluni organi; l'uso prolungato di eritropoietina causa gravi scompensi a carico dell'apparato circolatorio, così come l'impiego di stimolanti. Attualmente sembra che il tasso di calciatori che si ammala di una gravissima e letale forma di paralisi progressiva, nota come morbo di Gehrig, sia significativamente superiore a quello del resto della popolazione. Tutto questo va contrastato, nell'interesse stesso degli atleti. Michele Zema |