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L' eutanasiaMolfetta, 4 gennaio 2010 Molteplici drammatici fatti di cronaca che negli ultimi anni hanno richiamato l'attenzione degli italiani sul tema dell'eutanasia: dal caso di Terri Schiavo, la giovane donna statunitense, da tempo in stato vegetativo persistente, per la quale, dietro la richiesta del marito, l'autorità giudiziaria dispose la sospensione dell'alimentazione artificiale, al caso di Piergiorgio Welby, che affetto da distrofia muscolare progressiva e costretto a respirare tramite una macchina, chiese la sospensione delle terapie e scrisse un libro dall'eloquente titolo, Lasciatemi morire. Si tratta di notizie che scuotono profondamente la nostra coscienza di forte matrice cristiana, - duemila anni di storia, in un Paese che ospita il Papa conteranno pure qualcosa nello sviluppo delle coscienze -, una cultura, la nostra, tesa fino a qualche anno fa a difendere strenuamente i valori della sopravvivenza e di una concezione della medicina come disciplina impegnata in una lotta a oltranza contro la morte. Inutile aggiungere che da noi il dibattito intorno alla "buona morte" e alla legittimità di sospendere in casi particolari le cure mediche, si è particolarmente acceso, con posizioni e pareri dei favorevoli e contrari. Da un lato, la nostra educazione moderna, laica e illuminista, sensibile in sommo grado ai diritti umani, ci porta a pensare che siamo legittimi proprietari della nostra vita, liberi di condurla come ci piace e perciò anche di interromperla quando l'esistenza ci appare troppo dolorosa o priva di significato. Come abbiamo il diritto di vivere riteniamo di avere il diritto di morire. Dall'altro, la nostra anima cristiana, cattolica, romantica, che sopravvive persino in questa epoca di sbadata secolarizzazione, magari in forma larvata e inconscia, ma vigorosa, ci avverte che la sfera del razionale non spiega tutto e che la vita umana possiede un valore incommensurabile e una sacralità, che nessun dolore e nessuna posizione inabile autorizzano a scalfire. Michele Zema |